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Mario Draghi in audizione al Parlamento Europeo: Considerazioni Finali (15-02-2016)

Ieri Mario Draghi, il plenipotenziario presidente della BCE che sfugge a qualsiasi controllo democratico, ha recitato la solita lezioncina davanti alla Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo. Ci sono però alcuni elementi interessanti che emergono dall’analisi del suo atteggiamento e delle sue parole. Il primo elemento interessante è la mancanza della solita sicurezza che il banchiere aveva sempre sfoggiato nei precedenti incontri pubblici: Draghi è apparso stanco, sconsolato nella sua recita, a tratti persino malinconico, ma tuttavia mai rassegnato. Farà comunque di tutto per salvare e mantenere l’euro, motivo per cui è stato messo dove sta. Un altro aspetto interessante riguarda proprio l’atteggiamento sulla moneta unica e il suo futuro: di solito, incalzato sulla sostenibilità dell’euro, Draghi aveva sempre risposto sicuro che “l’euro è irreversibile”, chiudendo la porta a qualsiasi possibilità di break-up dell’eurozona, concordata o accidentale. Ieri invece il presidente della BCE ha utilizzato un termine più morbido e meno sicuro. Incalzato sul futuro della moneta unica il banchiere ha detto “I think the euro has a future”…Io penso che l’euro abbia un futuro. Completamente diverso da “l’euro è irreversibile”, mantra con cui in precedenza aveva troncato qualsiasi discussione sul futuro della moneta unica. un segno di debolezza, del fatto che nemmeno lui sia più sicuro che, con i cambiamenti in atto, l’euro sia invincibile. Detto questo non facciamoci illusioni su una conversione (o meglio ri-conversione) di Draghi, farà qualsdisi cosa per tenere a galla e salvare questo progetto scellerato.

 

Il terzo aspetto interessante è il fatto che abbia voluto rispondere alla mia domanda in italiano: non l’aveva mai fatto, aveva sempre utilizzato l’inglese con tutti, mentre ieri, anche con un certo imbarazzo, ha chiesto di potermi rispondere in italiano. Segno di debolezza? Di incertezza per le scomode domande? Chissà, certo una stranezza. E proprio alla mia domanda sugli squilibri interni provocati da un sistema di cambi fissi Draghi ha dato una risposta interessante. Gli ho chiesto se concordasse con il ministro Padoan, intervenuto in audizione a Bruxelles qualche settimana fa,  sul fatto che senza tassi di cambio, in un sistema di cambi fissi come l’Eurozona, chi subisce i costi delle crisi economiche, vista l’impossibilità di svalutare la moneta, è il mercato del lavoro in termini di calo dell’occupazione. Gli ho chiesto di fatto se era d’accordo che per mantenere l’euro a tutti i costi siamo costretti ad accettare tassi di disoccupazione alti in alcuni Paesi. Draghi ha parlato, ha detto che ha una differente visione dalla mia riguardo alla moneta unica (non ne dubitavo), ha detto che in media la disoccupazione di oggi nell’eurozona non è lontana dai livelli pre-crisi, ma non ha negato esplicitamente la cosa. Anzi, implicitamente l’ha ammessa dicendo che oggi il cambio bloccato deve spingere i Paesi Membri a fare le riforme: il famoso vincolo esterno tanto caro anche a Prodi e Monti. Ma quali riforme? Ovviamente quelle necessarie ad applicare la svalutazione interna, nello specifico quella del lavoro, come il renziano Jobs Act.

 

L’ultimo passaggio interessante l’ha fatto riguardo ad un “risk-based approach” sui titoli di stato detenuti dalle banche. Non è una novità che i falchi tedeschi, capeggiati da Schaeuble e Weidman, vogliano imporre dei requisiti onerosi in termini di capitale alle banche per la loro esposizione ai titoli di stato, che fino ad ora sono stati considerati strumenti a rischio zero, ma che se passasse questo approccio non lo sarebbero più e richiederebbero alle banche di accantonare capitale aggiuntivo di riserva o di scaricarli sul mercato. Abbiamo già spiegato in tempi non sospetti il perché questo approccio sarebbe fatale per il sistema Italia, oggi qualche giornale ne parla. Ora Draghi, dopo il fumo iniziale sul fatto che dalla crisi del 2011 è chiaro che in concreto i titoli di stato non possono essere più considerati a rischio zero (ma va?), ha fatto capire chiaramente che questo è approccio pericoloso, che qualsiasi misura in questo senso va ponderata bene e comunque discussa a livello globale. Evidentemente anche lui scottato dagli effetti del bail-in sulla stabilità del sistema finanziario, ha voluto mandare un messaggio di prudenza sia ai tedeschi, ma anche ai tanti europarlamentari italiani (PD, FI e NCD) che con la solita e pericolosa leggerezza avevano votato il report Baltz a gennaio, che suggeriva proprio l’utilizzo di questo approccio ai titoli di stato.

 

Questi i passaggi più significativi: ora aspettiamo le mosse della BCE il 10 marzo, quando Draghi probabilmente annuncerà nuove misure di stimolo monetario per cercare di salvare il salvabile e di riportare l’inflazione dell’eurozona ad un livello compatibile con quello che deve essere il suo mandato. Qualcosa mi dice però che anche questa volta non funzionerà.