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La sostenibilità dell’Eurozona: l’impatto sulla produttività degli squilibri del tasso di cambio e dell’errata allocazione dei fattori produttivi

Da circa venti anni l’economia italiana soffre di un declino lento e apparentemente inesorabile, che si traduce in primo luogo in un arresto della produttività, comunque misurata (come produttività del lavoro, o come produttività totale dei fattori). Un fenomeno simile si osserva nell’altra grande economia “periferica” dell’Eurozona, quella spagnola, e si manifesta dopo la prima metà degli anni ’90, in concomitanza con l’adozione dell’euro da parte dell’Italia, e, più precisamente, con il rientro dell’Italia nello SME, avvenuto nel 1997 a una parità vicina a quella che poi sarebbe stata la parità irrevocabile con l’euro (1936,27). L’arresto della produttività è stato accompagnato anche da un calo della produzione industriale, delle esportazioni, e della crescita economica. La letteratura scientifica si è interrogata sul declino italiano, ma le spiegazioni fornite finora dall’economia cosiddetta mainstream non sono particolarmente convincenti e si contraddicono spesso fra loro.

Ricerche recenti puntano invece il dito su tre fattori strutturali, tutti riconducibili all’ingresso dell’Italia nell’Unione Economica e Monetaria:

1) Le distorsioni sui mercati finanziari: i bassi tassi di interesse determinati dall’ingresso nell’euro, propagandati come un beneficio assoluto, in termini economici vanno correttamente visti come una distorsione verso il basso del prezzo del capitale. Come in ogni mercato, quando una risorsa viene prezzata sotto il valore di equilibrio, si tenderà a farne un uso meno produttivo. Studi recenti sostengono che il calo della produttività sia dovuto ad errata allocazione del capitale determinata da una caduta troppo drastica dei tassi di interesse.

2) Le riforme del mercato del lavoro: queste riforme, rese necessarie dall’esigenza di flessibilizzare il mercato del lavoro, e in particolare di rendere flessibili verso il basso i salari, per compensare la rigidità del cambio, sono oggi viste come distorsive e nocive per la produttività per diversi motivi. Il primo è che abbassando il costo del fattore lavoro, avrebbero spinto le imprese ad adottare tecniche ad alta intensità di lavoro, meno produttive di tecniche ad alta intensità di capitale.

3) Le distorsioni sui mercati valutari: l’adozione dell’euro, determinando la totale rigidità del cambio nominale, ha lasciato che si accumulassero tensioni sui mercati valutari, manifestatesi come un apprezzamento del cambio reale dei paesi deboli, e un corrispettivo deprezzamento di quello dei paesi forti. La letteratura economica dimostra che un cambio sopravvalutato deprime la crescita mentre uno sottovalutato la stimola.

A differenza delle spiegazioni tradizionali, le spiegazioni più recenti sono compatibili con il fatto stilizzato più macroscopico, ovvero con il fatto che la produttività si arresta in concomitanza con l’entrata dell’Italia nell’euro, che è stata accompagnata da:

1) Calo dei tassi di interesse (e quindi distorsione del mercato finanziario).

2) Riforme del mercato del lavoro (e quindi distorsione del mercato del lavoro).

3) Rigidità del cambio (e quindi distorsioni nei flussi commerciali).

A fronte di questa situazione, il Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà ha commissionato al Prof. Alberto Bagnai un progetto di ricerca che si propone di valutare con un’estesa e accurata analisi empirica le spiegazioni recenti della divergenza fra gli andamenti della produttività al Nord e al Sud dell’Europa, che la riconducono all’introduzione dell’euro, confrontandole con quelle che individuano la stasi della produttività italiana esclusivamente in fattori d’offerta (dimensione delle imprese, pattern di specializzazione, accesso alle tecnologie digitali, ecc.).

Qui la copia della ricerca (in inglese):

https://marcozanni.demo.mrketing.itckfinder/userfiles/files/Bagnai_finale.pdf