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Elezioni tedesche: ultimi sondaggi confermano trend in atto nell’UE

​Gli ultimi sondaggi tedeschi per le imminenti elezioni di fine settembre confermano anche nel più grande paese dell’UE sia in atto una tendenza che si è vista in maniera abbastanza evidente in tutti i grandi appuntamenti elettorali dell’Unione Europea e degli ultimi periodo, e che probabilmente sarà il liet motiv delle prossime elezioni in Austria ed Italia: la frammentazione del panorama politico su più partiti e la difficoltà di formare una maggioranza parlamentare forte, compatibile e stabile.
L’ultima conferma arriva dal recente sondaggio di ARD Deutschlandtrend, che conferma un forte mutamento dello scenario politico tedesco. Qui sotto le ultime rilevazioni:
CDU/CSU 37%
SPD 20%
Left 9%
Greens 7.5%
FDP 9.5%
AfD 12%
Il primo dato che salta all’occhio è il trend di declino dei social-democratici tedeschi: dopo un primo apparente boom definito “effetto Schulz” dagli esperti (per via della conferma della candidatura dell’ex presidente del Parlamento europeo a cancelliere) che ha portato l’SDP quasi alla pari con la CDU/CSU, il “Kapò” si è sgonfiato inesorabilmente fino ad avvicinarsi ai minimi storici per il partito socialista. Questo trend conferma anche la generale difficoltà dei partiti socialisti europei, che perdono consensi e gran parte del loro elettorato storico a causa degli effetti delle politiche liberiste che hanno sostenuto e portato avanti a danno della loro base elettorale (vedasi ad esempio PdvA olandese alle ultime elezioni).
Il secondo dato interessante riguarda il partito euroscettico di Alternative for Deutschland: nonostante le grosse divisioni interne, una lotta fratricida tra dirigenti del partito per la leadership e sondaggi che solo pochi mesi fa davano il partito sotto alla soglia del 5% (necessaria per entrare al Bundestag), AfD nelle settimane che si avvicinano all’appuntamento elettorale ha visto i suoi consensi crescere rapidamente fino al 12%, proponendosi come terzo partito della maggior economia europea. E si badi bene che non è un caso che al diminuire dei consensi per i socialisti aumentino quelli per AfD: come evidenziato sopra, gran parte della base elettorale storica socialista, composta per lo più da lavoratori salariati (i più colpiti dalla crisi, dalla globalizzazione e dalle politiche del “libero mercato”), ha abbandonato l’SPD per abbracciare partiti che propongono politiche più protezioniste e che tutelino in prima battuta gli interessi dei cittadini tedeschi.
Altri spunti interessanti riguardano le possibili coalizioni, perché qui potrebbe esserci grossa incertezza. E’ ovvio che nessun singolo partito potrà avere una maggioranza parlamentare; inoltre, con questo declino dei socialisti e le difficoltà di Verdi e Die Linke (sinistra Tsipriota per intenderci), la coalizione “Red-Red-Green”, che sembrava una delle novità più interessanti causate dall'”effetto Schulz”, tramonta definitivamente (se mai ci fosse stata davvero la reale possibilità di co-esistenza nello stesso governo di questi tre partiti). Anche la potenziale coalizione tra la Merkel e i liberali dell’FDP, sembra presentare qualche problema, vedendo queste percentuali; CDU/CSU dovrebbero avvicinarsi al 40% del consenso, mentre per FDP sembra difficile superare la soglia “psicologica” del 10%. Anche in caso fosse possibile, la maggioranza sarebbe risicata.
Rimangono in campo due opzioni: la prima sarebbe una conferma della grande coalizione tra cristiano-democratici e socialisti. Senza dubbio questa coalizione avrebbe i numeri per governare abbastanza tranquillamente, ma non è detto che ci siano le condizioni politiche per farla. I socialisti, visto l’impatto disastroso che loro stessi e altri partiti simili hanno avuto in termini di consenso partecipando come partner “junior” a governi di grande coalizione guidati dal centro-destra, potrebbero preferire stare all’opposizione e ricostruire la loro base elettorale sulla forte critica alle manovre del futuro ennesimo governo Merkel. Dipenderà da quanta voglia avranno i leader socialisti di mantenere la loro poltrona di prestigio che hanno nell’attuale governo: ma potrebbe essere difficile per Schulz e compagni mantenere o pretendere ruoli di prestigio (come il ministero delle finanze) visto i valori in campo tra i due partiti. I socialisti, con solo la metà dei voti rispetto alla CDU/CSU, non avrebbero più un grandissimo potere negoziale. Tuttavia, anche se questa coalizione si facesse, la maggioranza parlamentare risulterebbe drasticamente in calo rispetto a quella attuale: dall’80% dei seggi a meno del 60%. Una bella botta.
Ultima opzione sarebbe una coalizione “mista” tra CDU/CSU, FDP e Verdi; non un’opzione impossibile visto l’attitudine fortemente europeista dei Verdi tedeschi, che al Parlamento europeo spesso votano in sintonia con i popolari delle Merkel.
Queste sono ad oggi le carte e le opzioni sul tavolo, ma la situazione, vista la grande incertezza e volatilità, potrebbe cambiare repentinamente prima dell’appuntamento elettorale.
Quello che risulta chiaro è però un trend di frammentazione politica sempre più evidente in tutta l’Unione Europea: l’Olanda, dopo 6 mesi dalle elezioni di marzo, non ha ancora una maggioranza parlamentare e un governo, in Spagna Rajoy presiede un governo di minoranza con appoggio esterno, in UK il premier May ha una maggioranza risicata insieme ad alcuni partitini, in Italia il prossimo parlamento sarà spaccato almeno in tre fazioni e in Austria si potrebbe formare una maggioranza spostata a destra rispetto alla grande coalizione attuale.
Sembra che nonostante le cosiddette sconfitte dei partiti “populisti” sbandierate dai media mainstream, sia evidente un sentimento di ribellione in crescita tra i cittadini europei a quelle politiche liberiste che hanno portato gran parte della classe lavoratrice sul lastrico, aumentando in maniera smisurata le diseguaglianze non solo tra paesi, ma anche tra classi sociali. L’establishment liberista è dura a morire, e, come dimostrato in Francia, è in grado di costruire dal nulla fasulle alternative politiche moderate per intercettare il malcontento e la voglia di cambiamento degli europei. Basterà questo a frenare la sempre più crescente disaffezione verso i partiti tradizionali e la svolta verso le politiche liberiste dell’ultimo trentennio, o alla fine i movimenti euroscettici riusciranno a far saltare il banco?