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Cosa bisogna fare per restare nell’Euro? Se ve lo dice una voce “autorevole”

Rimango sempre più basito davanti a persone che ormai, dopo 6-7 anni di dibattiti e di spiegazioni da parte di autorevoli esperti (intellettualmente onesti), non comprendono ancora il meccanismo perverso a cui porta l’appartenenza a un’unione monetaria, soprattutto per i lavoratori, costretti a sobbarcarsi il peso delle correzioni necessarie a sanare gli squilibri causati dal voler mettere insieme Paesi con profonde differenze.

E non sto parlando della comprensione, forse più difficoltosa, dell’insostenibilità politico-democratica della moneta unica europea, ma semplicemente della sua insostenibilità tecnica.

Non si capisce che la discriminante nell’analisi della pesante involuzione delle condizioni socio-economiche dell’Italia è proprio la preparazione e l’adesione a Maastricht, preludio dell’ingresso del Paese nella moneta unica europea, architrave dell’orodo-liberalismo mercantilista tedesco.

Non sono la corruzione, lo Stato ladro, i politici che rubano, la Cina o la globalizzazione, ma è stata l’adesione alla moneta unica a condannarci a morte. Certo, lungi da me non considerare la corruzione o le ruberie un non-problema: sono dei problemi che certamente vanno combattuti e debellati. Ma additare le cause della crisi a questi fattori (come fa la propaganda di regime ormai da 30 anni per giustificare la distruzione dello Stato sociale e dei diritti dei cittadini) è una falsità, perché erano problemi che l’Italia doveva affrontare anche quando l’economia, i redditi e i salari crescevano e il Paese era la quinta potenza industriale al mondo. Quindi deve essere del tutto evidente che è intervenuto un altro fattore che ha modificato le cose. E questo fattore, come dicevamo, ha un nome ben preciso: Maastricht.

Più volte sono stati spiegati i meccanismi perversi dell’euro: davanti a una perdita di competitività dei propri prodotti rispetto ai principali concorrenti (Germania in primis) causata da una crescita dei prezzi superiore (tasso d’inflazione) e all’impossibilità, stando nell’euro, di ribilanciare la situazione attraverso un riallineamento del tasso di cambio (che è fisso), l’unico meccanismo per recuperare il gap è la svalutazione interna. In cosa consiste? Ma semplice, in una riduzione del costo del lavoro, quindi nella riduzione dei salari (attraverso la cosiddetta flessibilizzazione del lavoro e il mantenimento di un alto tasso di disoccupazione), nell’austerità fiscale, e in un ribilanciamento dei saldi esteri attraverso la distruzione della domanda interna (Mario Monti premier docet) e la deflazione dei prezzi.

Dentro l’euro non si scappa, questo è il destino che è toccato, in maniera più o meno forte, a tutti i Paesi dell’Eurozona che si sono trovati in crisi. Chi da anni sostiene la battaglia contro la moneta unica si sta sgolando in lungo e in largo per l’Italia cercando di far capire il perverso meccanismo di distruzione perpetrato da questo sistema, che mira a una redistribuzione del reddito a favore del grande capitale attraverso la distruzione dei diritti sociali garantiti dalla nostra Costituzione, primo di tutti il diritto ad un lavoro equamente retribuito. Ma purtroppo, per svariati motivi, il messaggio è chiaro soltanto a una cerchia circoscritta e minoritaria. E’ vero che il nemico è molto forte e ha mezzi che noi non ci sogniamo nemmeno: la propaganda pro-UE, pro-Euro e pro-mondialismo gode di un monopolio mediatico, finanziario e culturale difficilissimo da scalfire. Il lavaggio del cervello ha scalfitto e anestetizzato anche le menti più brillanti, che per incapacità o per disonestà intellettuale si sono piegate a questo mantra.

L’elezione di Macron in Francia è l’esempio più concreto dell’immenso potere di influenza che l’establishment può utilizzare per mantenere lo status quo: un pupillo coltivato sin da giovane, una carriera folgorante, e un movimento nato dal nulla che con ingenti finanziamenti (si parla di €20 milioni solo per la campagna elettorale) e una propaganda mediatica senza eguali in un anno da outsider riesce a stravincere le elezioni presidenziali in Francia.

Tuttavia ancora mi stupisco quando dinnanzi a membri dell’establishment che ci mettono nero su bianco le aberrazioni necessarie per mantenere l’Italia dentro questo sistema, alle persone non venga quantomeno un piccolo dubbio sul reale obiettivo di Maastricht e sulle conseguenze causate dalla nostra partecipazione alla moneta unica.

Voglio prendere ad esempio l’articolo apparso ieri sul Sole 24 Ore, a firma di un prestigioso economista mainstream, strenuo sostenitore del libero mercato, Paul De Grauwe. Trovate tutto il testo a questo link (https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-05-09/politiche-piu-forti-o-l-italia-potrebbe-lasciare-l-euro-202859.shtml?uuid=AEbrM2IB&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter).

In questo articolo De Grauwe esplicita in maniera quasi imbarazzante ciò che è necessario affinché l’Italia e i suoi cittadini si adattino alla moneta unica.

L’economista belga parte con una disamina della disastrosa performance dell’Italia da quando ha aderito alla moneta unica: crescita zero, PIL pro capite ancora oggi a livello del 1999, compressione dei redditi, crescita della disoccupazione e un generale deterioramento di tutti i parametri macroeconomici. Ma la parte interessante arriva nei paragrafi successivi, quando De Grauwe spiega, con una freddezza che mette i brividi, come il meccanismo del cambio fisso abbia impedito un aggiustamento “soft” (tramite riallineamento del tasso di cambio) della perdita di competitività con i partner europei a causa di un differente andamento dei prezzi. Parla di “svalutazione interna” come unico meccanismo possibile all’interno dell’unione monetaria per recuperare un gap di competitività causato da un andamento disomogeneo dei prezzi. La svalutazione interna verso gli altri partner dell’Eurozona, che come spiega De Grauwe consiste nella riduzione dei salari (Jobs Act) e dei prezzi (deflazione), non solo, come dicevamo “E’ essenziale In un’unione monetaria è essenziale che quando un Paese perde competitività esista un meccanismo in grado di ripristinarla”, ma, citando ancora l’autore, “È MOLTO DOLOROSO e spesso – guarda te che stranezza – è fortemente osteggiato da chi vede diminuire il proprio salario”. E, se ancora non fosse chiaro, l’economista ce lo ripete un’altra volta: è sì doloroso, “MA È ANCHE INEVITABILE, NELLAMBITO DI UNUNIONE MONETARIA”. Capito???!!! De Grauwe ci sta dicendo che SE VOGLIAMO MANTENERE L’EURO DOBBIAMO ACCETTARE SALARI PIU’, MENO DIRITTI, MENO STATO SOCIALE, UNA DISOCCUPAZIONE STRUTTURALMENTE ALTA E LA DEFLAZIONE DEI PREZZI. Spero che vedendolo scritto su un giornale considerato “autorevole” (sic) da un esperto considerato “autorevole” (doppio sic), anche le menti più assopite si possano risvegliare dal sonno trentennale.

E questo è solo quello che balza all’occhio di chiunque, perché su questo articolo e sulle parole di questo economista che parla con la voce dell’establishment, ce ne sarebbero ancora da dire. Partendo dal fatto che lui indica nel modello “export-led”, cioè nel mercantilismo di stampo germanico, l’unico modello possibile all’interno dell’Eurozona, e come consideri, per finire con il velato messaggio che le istituzioni politiche italiane non sembrano adatte per imporre le politiche lacrime e sangue necessarie per tenere in piedi l’eurozona (perché se esce l’Italia, ovviamente crolla tutto), e che quindi forse il popolo sovrano va messo a tacere ancora di più, magari con una bella sospensione della democrazia (vi ricordate il referendum costituzionale di dicembre, no?).

Insomma, De Grauwe, la voce dell’establishment liberista, sul quotidiano dell’establishment liberista italiano ce lo ha detto chiaro: se vogliamo tenere l’euro dobbiamo accettare salari più bassi, lo smantellamento dello stato sociale (meno pensioni, sanità a pagamento, ecc.), la deflazione dei prezzi e una dittatura dei mercati. Ve lo sta dicendo una fonte “autorevole” (di nuovo sic), quindi chi non capisce o è complice, o si merita l’euro con tutte le sue conseguenze.